Un soccorritore sulla battigia, con una bambina tra le braccia decapitata dall'esplosione. Pubblicata sul giornale clandestino "Il Grido dell'Istria", è la foto simbolo del massacro che accadde in piena estate del 1946, il 18 agosto, a Vergarolla, sull'arenile allora più frequentato della città di Pola, oggi Croazia. E' con questa immagine che si apre la mostra dedicata alla strage al Civico Museo della cività istriana fiumana dalmata di Trieste, come ci spiega Piero Delbello, direttore dell'Irci.
Quel giorno la società nautica Pietas Iulia aveva organizzato una gara di nuoto e ampio era il pubblico arrivato ad assistere. All'improvviso, alcuni residuati bellici disinnescati, su cui i bambini erano soliti giocare, esplosero. Fondamentale fu il lavoro del medico Geppino Micheletti, ricordato nella mostra con immagini e documenti di famiglia. Operò decine di corpi straziati, e continuò a farlo anche quando seppe che tra i morti c'erano Carletto e Renzo, i suoi figli di 4 e 9 anni che erano sulla spiaggia insieme a suo fratello, anche lui morto nella strage
Particolare era la situazione a Pola in quel momento. L'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata dal maggio 1945. Pola invece era amministrata a nome e per conto degli Alleati dalle truppe britanniche.
Tutto cambiò dopo la strage. L'amministrazione britannica creò una corte militare d'inchiesta che stabilì che l'esplosione non poteva essere accidentale ma fu provocata da persone sconosciute. E che tali sono rimaste fino a oggi.
Se nell'estate del 1946 l'esodo era già un'opzione molto concreta, nella memoria collettiva della popolazione tuttavia la strage di Vergarolla venne ritenuta come un punto di svolta che accelerò la fuga degli italiani.
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